7000 a.C. – 476 d.C.
Matera è una delle città più antiche del mondo ancora abitate, le prime testimonianze di insediamenti risalgono al Neolitico, intorno al 7000 a.C., quando le comunità preistoriche individuarono nell’area della Gravina di Matera un ambiente ideale per stabilirsi.
Il territorio offriva ciò che era essenziale alla sopravvivenza: una profonda incisione naturale che garantiva protezione, un microclima stabile e una roccia calcarenitica, la cosiddetta tufo materano, facilmente scavabile ma allo stesso tempo resistente. L’uomo non costruì contro la natura, ma insieme ad essa.
Le prime grotte furono ampliate e trasformate in spazi multifunzionali: abitazioni, magazzini, luoghi di culto, ricoveri per animali. Già in questa fase embrionale, Matera sviluppò una forma di urbanizzazione primitiva ma estremamente sofisticata.
Uno degli elementi più straordinari di questo periodo è il sistema di raccolta e gestione dell’acqua piovana, considerato ancora oggi un modello di ingegneria sostenibile. Ogni superficie era pensata per raccoglierla: tetti, strade, gradini, cortili, terrazze.
Le pendenze delle vie non erano casuali, ma studiate per convogliare l’acqua verso canalette scavate nella roccia, che la indirizzavano in cisterne ipogee. Queste cisterne, spesso rivestite in cocciopesto per garantire impermeabilità, potevano essere private, familiari o collettive.
Questo ciclo virtuoso permetteva alla città di essere autosufficiente, anche nei periodi di siccità. È proprio questo modello idrico che rende Matera un caso di studio ancora oggi analizzato da architetti, urbanisti e studiosi di sostenibilità ambientale.
Accanto alle cisterne, si sviluppò un complesso mondo sotterraneo: gli ipogei di Matera. Questi ambienti scavati nel sottosuolo non avevano una sola funzione. Erano depositi per alimenti, frantoi, cantine, stalle, laboratori artigianali e spazi produttivi. L’ipogeo rappresentava una vera estensione della casa, permettendo di sfruttare la verticalità della roccia senza consumare nuovo suolo.
Durante l’età dei metalli e l’epoca delle popolazioni lucane, Matera continuò a essere abitata senza soluzione di continuità. L’arrivo dei Greci portò nuovi influssi culturali, soprattutto in ambito agricolo e commerciale, mentre i Romani inserirono Matera all’interno dei loro circuiti amministrativi, pur senza trasformarla in una città monumentale.
In epoca romana, Matera consolidò il suo ruolo di centro agricolo e abitativo stabile. Le tecniche di scavo, raccolta dell’acqua e organizzazione dello spazio vennero perfezionate, ma mai stravolte. La città non si espanse cancellando il passato: lo inglobò, costruendo sopra e dentro ciò che già esisteva.
Questa continuità abitativa, durata per millenni, rende Matera un unicum nel panorama mondiale. Come ha scritto lo studioso Pietro Laureano, uno dei massimi esperti dei Sassi:
“Matera non è una città costruita, ma una città cresciuta, come un organismo vivente.”
Già in questa prima fase storica, Matera mostra la sua identità profonda: un luogo dove l’uomo ha imparato a vivere in equilibrio con la natura, trasformando la necessità in ingegno e il territorio in casa.
476 – 1500
Con la caduta dell’Impero Romano, Matera entrò in una fase storica complessa, segnata da instabilità politica e da una continua alternanza di dominazioni. Longobardi, Bizantini, Normanni e Svevi si succedettero nel controllo del territorio, lasciando tracce evidenti non tanto in grandi monumenti, quanto nella struttura urbana e nella vita quotidiana della città.
In questo periodo, Matera consolidò definitivamente la sua identità di città rupestre. I Sassi non erano un semplice quartiere popolare, ma un sistema urbano verticale perfettamente organizzato. Le abitazioni venivano scavate nella roccia seguendo la naturale conformazione del terreno, creando un intreccio di volumi sovrapposti in cui ogni spazio aveva una funzione precisa. Ciò che per una casa rappresentava il tetto, per quella sovrastante diventava strada, cortile o terrazza.
L’architettura dei Sassi rispondeva a criteri di efficienza ambientale: le pareti in roccia garantivano isolamento termico, le aperture erano studiate per favorire l’ingresso della luce e la ventilazione naturale, mentre la disposizione degli ambienti permetteva di mantenere una temperatura costante durante tutto l’anno. In un’epoca priva di tecnologie moderne, la città sfruttava al massimo le risorse offerte dal territorio.
Parallelamente allo sviluppo dei Sassi, Matera iniziò a crescere anche in superficie. Nacque il Piano, la parte più elevata della città, dove si concentrarono edifici civili, religiosi e difensivi. Il Piano non sostituì i Sassi, ma si affiancò ad essi, creando una città articolata su più livelli, in cui le funzioni si distribuivano in modo naturale.
Il Medioevo fu anche un periodo di intensa spiritualità rupestre. Numerose chiese vennero scavate direttamente nella roccia, sia nei Sassi sia lungo la Murgia. Questi luoghi di culto, spesso decorati con affreschi di ispirazione bizantina, erano parte integrante della vita quotidiana e testimoniano una religiosità profondamente radicata nella comunità.
La vita comunitaria era il fulcro dell’organizzazione sociale. I cosiddetti vicinati — piccoli spazi condivisi attorno ai quali si affacciavano più abitazioni — rappresentavano il centro della socialità. Qui si svolgevano attività quotidiane, si condividevano risorse e si costruivano legami di mutuo soccorso. In un ambiente difficile, la cooperazione non era una scelta, ma una necessità.
Il territorio circostante, in particolare la Murgia materana, svolgeva un ruolo essenziale. Pascoli, sentieri rupestri e gravine collegavano Matera a un sistema economico basato sull’agricoltura e sulla pastorizia. La città e il paesaggio non erano entità separate, ma parti di un unico organismo, in equilibrio tra uomo e natura.
Questo lungo periodo medievale consolidò Matera come città capace di adattarsi, resistere e trasformarsi senza mai perdere il legame con le proprie radici. Un modello urbano e sociale che, ancora oggi, rende i Sassi di Matera un esempio unico al mondo.
1500 – 1952
Dal Cinquecento fino alla prima metà del Novecento, Matera rimase una città profondamente legata a un’economia agricola e pastorale. I Sassi di Matera continuarono a essere abitati senza una vera pianificazione urbana moderna, adattandosi progressivamente alle esigenze di una popolazione in crescita. Le abitazioni rupestri, nate come spazi flessibili e sostenibili, divennero nel tempo case-grotta sovraffollate, spesso prive di luce, aria e servizi adeguati.
La vita quotidiana nei Sassi era dura, ma regolata da un equilibrio sociale profondo. Intere famiglie vivevano in un unico ambiente, condividendo lo spazio con animali da lavoro come asini e muli. L’acqua veniva razionata, il cibo prodotto quasi esclusivamente attraverso il lavoro dei campi, e ogni gesto della giornata era scandito dal ritmo della terra. Nonostante le difficoltà, la comunità manteneva una forte coesione: il vicinato continuava a essere una rete di solidarietà fondamentale, soprattutto nei momenti di bisogno.
Con l’avvento dell’età moderna e poi dell’Unità d’Italia, Matera rimase ai margini dei grandi processi di industrializzazione. Le condizioni igienico-sanitarie peggiorarono ulteriormente tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Malattie, mortalità infantile e povertà diffusa segnarono profondamente la popolazione dei Sassi, che tuttavia continuava a vivere con dignità e senso di appartenenza.
Nel secondo dopoguerra, la situazione dei Sassi attirò l’attenzione nazionale. Intellettuali, politici e scrittori iniziarono a raccontare Matera come simbolo di arretratezza e ingiustizia sociale. Fu soprattutto Carlo Levi, con il suo libro Cristo si è fermato a Eboli, a portare all’attenzione dell’opinione pubblica la condizione disumana in cui vivevano molte famiglie. Levi descrisse Matera come un luogo di dolore profondo, ma anche di straordinaria umanità.
Queste denunce portarono lo Stato italiano a intervenire. Nel 1952, il governo guidato da Alcide De Gasperi approvò una legge speciale che decretò lo sfollamento forzato dei Sassi. Migliaia di persone furono trasferite nei nuovi quartieri periferici, costruiti secondo i canoni dell’urbanistica moderna, come La Martella e Spine Bianche.
Lo sfollamento avvenne in modo rapido e definitivo. Le famiglie furono allontanate dalle loro case senza possibilità di ritorno. I Sassi vennero sigillati, privati della loro funzione abitativa e improvvisamente svuotati della vita che li aveva animati per secoli. Per molti abitanti fu un trauma profondo: se da un lato miglioravano le condizioni materiali, dall’altro si perdeva un legame millenario con il luogo e con la comunità.
Fu in questo periodo che Matera venne etichettata come la “vergogna d’Italia”, un’espressione che ancora oggi pesa nella memoria collettiva della città. Ma proprio questa frattura, dolorosa e irreversibile, segnò l’inizio di una nuova fase della storia materana, fatta prima di silenzio e poi di riscoperta.
1952 – 1993
Dopo lo sfollamento del 1952, i Sassi di Matera entrarono in una fase di profondo silenzio. Le abitazioni rupestri, per secoli cuore pulsante della città, rimasero improvvisamente vuote. Porte chiuse, ambienti abbandonati, strade senza voci: Matera si ritrovò con un’intera parte di sé sospesa nel tempo, come congelata in un’attesa indefinita.
Per molti anni, i Sassi furono percepiti come un passato scomodo da dimenticare. Le politiche urbane si concentrarono sulla città nuova, mentre l’antico rione rupestre veniva lasciato al degrado. Tuttavia, proprio questo abbandono involontario contribuì a preservare un patrimonio straordinario, rimasto intatto sotto strati di polvere e silenzio.
A partire dagli anni Sessanta e Settanta, studiosi, architetti e storici iniziarono a guardare ai Sassi con occhi diversi. Vennero avviate campagne di studio e censimento che portarono alla scoperta e alla valorizzazione di un numero impressionante di chiese rupestri, oltre centocinquanta, molte delle quali decorate con affreschi di epoca bizantina e medievale. Questi luoghi di culto, scavati nella roccia, rivelavano una spiritualità diffusa e quotidiana, profondamente radicata nella vita della comunità.
Parallelamente, emerse con maggiore chiarezza l’importanza degli ipogei, ambienti sotterranei che raccontavano una Matera invisibile, fatta di sistemi idrici, frantoi, cantine e spazi produttivi. Queste scoperte contribuirono a ribaltare la narrazione dominante: i Sassi non erano più solo simbolo di miseria, ma testimonianza di un modello urbano unico, frutto di secoli di adattamento intelligente al territorio.
In questo clima di riscoperta culturale, Matera iniziò ad attirare l’attenzione del mondo del cinema. La sua conformazione urbana, rimasta pressoché immutata, la rese una scenografia naturale perfetta per raccontare storie ambientate in epoche antiche. Pier Paolo Pasolini fu tra i primi a intuire questo potenziale, scegliendo Matera come set per Il Vangelo secondo Matteo. Il regista rimase profondamente colpito dall’autenticità del luogo, definendolo una città “senza tempo”.
Negli anni successivi, altri registi seguirono il suo esempio. Il cinema contribuì in modo decisivo a restituire a Matera una nuova immagine, capace di affascinare il pubblico internazionale. La città cominciò lentamente a riappropriarsi dei Sassi, non più come luogo di vergogna, ma come patrimonio da tutelare.
Il momento decisivo arrivò nel 1993, quando i Sassi di Matera vennero riconosciuti Patrimonio Mondiale UNESCO. Questo riconoscimento sancì ufficialmente la rinascita della città, aprendo una nuova fase fatta di progetti di recupero, investimenti culturali e una rinnovata consapevolezza identitaria.
Matera usciva finalmente dal silenzio, pronta a riscrivere il proprio futuro partendo dalla forza della sua storia.
1993 – 2026
Con il riconoscimento UNESCO del 1993, Matera entrò definitivamente in una nuova fase della sua storia. I Sassi, da luogo abbandonato e marginale, divennero il centro di un processo di rinascita culturale, sociale ed economica.
Il recupero dei Sassi avvenne secondo criteri rigorosi, volti a preservarne l’identità storica e architettonica. Le antiche abitazioni rupestri tornarono a vivere come case, spazi culturali, botteghe artigiane e strutture ricettive. Molti cittadini riscoprirono il legame con i luoghi da cui le loro famiglie erano state allontanate decenni prima.
Parallelamente, Matera iniziò a sviluppare un modello di turismo culturale e sostenibile, capace di attrarre visitatori da tutto il mondo senza snaturare l’anima della città. Il territorio circostante, in particolare la Murgia materana, venne tutelato e valorizzato come parte integrante dell’esperienza materana, rafforzando il legame tra città e paesaggio.
Il momento di massima visibilità internazionale arrivò nel 2019, quando Matera fu nominata Capitale Europea della Cultura. Questo evento segnò un punto di svolta: la città divenne simbolo di riscatto e rigenerazione, dimostrando come un passato difficile potesse trasformarsi in risorsa.
Accanto ai grandi eventi culturali, Matera ha continuato a valorizzare le proprie tradizioni popolari, che oggi rappresentano un elemento centrale dell’identità cittadina. Tra queste, il Presepe Vivente nei Sassi, che ogni anno nel periodo natalizio trasforma i rioni rupestri in una suggestiva rappresentazione della Natività. Grazie alla conformazione naturale della città, il presepe diventa un’esperienza immersiva, capace di unire fede, storia e paesaggio.
Un’altra tradizione profondamente radicata è la Festa della Bruna, celebrata il 2 luglio. Il rito della distruzione del carro trionfale, simbolo di rinnovamento e appartenenza, ha acquisito negli ultimi anni una visibilità sempre maggiore, attirando visitatori da tutta Italia e dall’estero. La festa rappresenta l’anima più autentica di Matera: collettiva, intensa, profondamente legata al sentimento di comunità.
Oggi Matera è una città che vive un equilibrio delicato tra tutela e apertura, memoria e futuro. Come disse Mel Gibson, dopo aver scelto Matera come set per The Passion of the Christ:
“Matera non è solo una città, è un’esperienza che resta dentro.”
Ed è proprio questa capacità di lasciare un segno profondo che rende Matera una città unica, da vivere con lentezza, rispetto e meraviglia.